Le luci di Casablanca. Storia della donna che seppe stupire Le luci di Casablanca. Storia della donna che seppe stupire
Per le edizioni Infinito è uscito pochi mesi fa “Le Luci di Casablanca, la storia della donna che seppe stupire due mondi”. Il libro... Le luci di Casablanca. Storia della donna che seppe stupire

Per le edizioni Infinito è uscito pochi mesi fa “Le Luci di Casablanca, la storia della donna che seppe stupire due mondi”. Il libro è un diario di Valeria degl’innocenti (Firenze 1914- Casablanca 2004) donna straordinaria, di cui il destino l’ha portata verso tante peregrinazioni, fra Europa, America ed Africa, prima di stabilirsi definitivamente a Casablanca. Il manoscritto fu scoperto dopo la sua morte, consegnato dai famigliari di Degl’Innocenti alla scrittrice Roberta Yasmine Catalano, che ne ha curato la traduzione e la stesura definitiva. In questa intervista ne parliamo con lei.

Cominciamo dall’inizio per te. Valeria Degl’Innocenti non c’è più, quando figli e nipoti ti contattano per consegnarti un dattiloscritto in un francese fiorentinizzato. E tu cominci a lavorarci. Ma, come ci si sente nell’entrare nell’intimità di una persona, spiarla, in qualche maniera, attraverso un diario intimistico, delle memorie in cui riversa la sua vita, le sue sofferenze e gioie, e tutto ciò lo fai a posteriori, senza nessuna possibilità di poter confrontarsi con la diretta interessata. È una sfida, una responsabilità?

Sì, è una grande responsabilità, ma anche un’emozione indicibile. Sono entrata nel suo dattiloscritto in punta di piedi e l’ho fatto con grande rispetto, conscia del fatto che Valeria sognava di pubblicarlo, quindi mi sentivo sulle spalle il ruolo di colei che avrebbe dovuto esaudire il suo desiderio: un compito per niente facile. Se lo avesse scritto solo per sé, senza intenzione di condividerlo, allora sarebbe stato ben diverso, mi sarei sentita una ladra che violava una proprietà privata. Sono per principio contraria a pubblicare epistolari o diari postumi, laddove sono nati per restare intimi.

Il percorso di Valeria Degl’Innocenti, cammina lungo due binari paralleli ed incrociati: Il viaggio, l’immigrazione e l’arte, il teatro. Nella sua narrazione sono tanti i luoghi vissuti, da Firenze, la terra natia, all’Europa orientale ed occidentale, alla Cina, il Canada, l’America, e chiaramente il Maghreb, Casablanca. Il lettore di primo acchito, ha l’impressione che tutto ciò le accada per caso. Ma scandagliando il personaggio, si scopre che Valeria ha un’energia vitale e una capacità di adattamento fuori dal comune. Intanto parlaci di queste due componenti della vita di Valeria, poi facendo una specie di contestualizzazione psicologica ed intimistica, che idea ti sei fatta di lei, che percezione hai avuto, anche in chiave femminile e femminista se vuoi?

In effetti di primo acchito può sembrare che sia il caso a guidare la vita di Valeria, a volte un caso fortunato, altre dispettoso o addirittura crudele. In realtà tutto il suo percorso ha un senso. Cominciamo col dire che in Cina non ci andò: avrebbe dovuto seguire la famiglia per cui lavorava, ma “il caso” ha voluto che proprio all’alba di quella tappa lei abbia deciso di continuare a camminare da sola e quindi di restare in Canada; se fosse andata, si sarebbe ritrovata in piena guerra sino-giapponese, un’esperienza terribile che contribuì a portare alla follia la bambina di cui si occupava. È vero, Valeria aveva una capacità di adattamento fuori dalla norma, sia nelle situazioni positive che in quelle negative. Io l’ho collegata alla sua attitudine, a volte ingenua, di abbracciare la vita così come veniva: non dimentichiamoci che da bambina ha convissuto con la miseria e con la morte, tutto ciò che è arrivato dopo in fondo per lei è stata una benedizione. Era il cambiamento radicale ciò che desiderava, e di cambiamenti ne ha avuti davvero molti, possiamo dire che ha avuto una vita sulle montagne russe. La componente femminista poi è innegabile, ma non nel senso della donna da barricate, quanto nella misura in cui, sin dagli anni Trenta, a ogni piè sospinto le veniva augurato un “bravo ragazzo” con cui sistemarsi, cosa naturalissima per l’epoca, ma non per lei, che invece si scandalizzava: possibile, si diceva, che ho lottato tanto, per ritrovarmi chiusa a badare a un focolare? Ecco, questo nei suoi anni ha del rivoluzionario. A un certo punto della storia, per forza di cose si ritrova ad accettare di essere sottomessa a un uomo, ma appena questo giogo salta, lei ritrova tutta la sua carica di donna indipendente e la gioia dell’autonomia. Va anche detto che grazie al suo amore per un uomo marocchino, lei ci offre preziose istruzioni sui matrimoni misti, che all’epoca facevano scandalo da entrambe le parti: le sue lezioni di tolleranza e rispetto delle tradizioni e della religione sono attualissime.
Tornando alla domanda iniziale, mi sembra che il teatro, l’immigrazione e l’arte facciano parte dello stesso lungo viaggio, il viaggio di una vita che lei percorre a bocca aperta come una bambina stupita, perché tutto questo le arriva quasi per gioco e lei ci recita dentro divertita. Una donna fantastica. Che peraltro non ama voltarsi indietro, va avanti a testa alta. Ovunque la porti il cammino.

Dopo tante peregrinazioni e una carriera teatrale di tutto rispetto negli USA, Valeria arriva per la seconda volta a Casablanca, dove deve rimanere solo per poco tempo. Poi i destini della vita la portano a fermarsi lì per sempre e a metterci radici. Cosi la seconda parte è interamente dedicata a Casablanca. Tuttavia io ho avuto l’impressione che Valeria non perde mai una certa compostezza, una certa austerità, legata forse, al luogo di nascita o all’infanzia difficile ai tempi della guerra. Parlaci di Valeria e Casablanca intanto, poi di questa indole fiorentina che rimane in lei sempre presente e radicata?

Non so se la sua compostezza sia da addebitare alla sua toscanità. Di certo quella che rimane bloccata a Casablanca è una donna piegata dalla vita, che deve accettare un compromesso che la strappa per sempre da tutto ciò che si è costruita con le unghie e coi denti per anni. È una lacerazione indicibile. Un’altra persona sarebbe impazzita, ma lei è lei, e decide di accettare anche questa sfida come può, con lo stesso sorriso di bambina meravigliata. È questa meraviglia ad accompagnarne lo sguardo quando descrive le strade di Casablanca, le case marocchine, i mercati. Più che compostezza all’inizio credo sia turbamento, è uno shock per una donna come lei accettare di essere incatenata a un uomo capriccioso che si aspetta di essere adorato. Per fortuna poi trova quella donna straordinaria che è la suocera, Lella, che le insegna come usare astuzie con gli uomini e “abbindolarli” amorevolmente. A mio avviso è la figura più bella di tutto il libro, una donna tanto diversa de lei che tuttavia la accetta per prima, che fa il tifo per lei, che la coccola tutta la vita, ricambiata dalla nuora che probabilmente vede in lei il simbolo dell’amore generoso di cui il Marocco sa dare prova. Valeria Degl’Innocenti finirà per innamorarsi perdutamente di quel Paese da cui all’inizio si era sentita prigioniera, tanto che più volte lo definisce “il mio Paese”. Amerà moltissimo i suoi figli e i nipoti, ma è pur sempre una vita che non aveva scelto.

Una cosa stupefacente e molto attuale del diario , sono le vicissitudini burocratiche della migrante Valeria Degl’innocenti. In diversi momenti della sua vita ha dovuto affrontare delle complicazioni, delle vessazioni per poter avere questa libertà di viaggiare. Leggendo questi passaggi cosa hai pensato. Rispetto a una situazione che non sembra essere cambiata, ma semmai è peggiorata?

Ho pensato che per una donna come lei, innocente e spesso ingenua, deve essere stato terribile. Ma ho anche pensato che il mondo non è molto cambiato: anche oggi, in altre situazioni, per avere dei documenti di viaggio o di soggiorno, molte persone si ritrovano aggrovigliate alla più assurda burocrazia e a volte rasentano la follia.

“Le luci di Casablanca” fa parte di un lavoro più ampio che tu porti avanti. Un lavoro di ricercatrice della memoria e della presenza italiana in Marocco, ed è una storia che ti riguarda anche in prima persona. Che sguardo porti su questa presenza e questa storia?
Ho raccolto e raccontato la storia meravigliosa e incredibile dei primi italiani giunti in Marocco tra fine Ottocento e inizio Novecento, di come si siano, a differenza di altre comunità, sin dall’inizio ben integrate con i marocchini, di come siano stati accolti con simpatia e riconosciuti come simili, spesso poveri tra poveri, in cerca di una vita migliore. Erano italiani fieri della loro italianità, pronti a lavorare sodo con e per il Paese che li ospitava, in una storia di reciproco rispetto e fratellanza. Tuttavia, quegli italiani e quei tempi non esistono più. Mi è stato più volte proposto di lavorare a un secondo volume che raccontasse la storia degli italiani in Marocco oggi: la mia risposta è sempre stata no grazie, non mi interessa. Anche il mio lavoro di ricerca si è chiuso lì. Dopo la pubblicazione di un secondo saggio, su tutt’altro argomento, ora ho deciso di dedicarmi solo alla letteratura, il mio vero mondo.
Tra i due Paesi ora resta certo un legame, che però io avverto flebile: gli italiani in Marocco sono una manciata, i marocchini in Italia sono numerosissimi. Gli scambi economici sono quelli più perseguiti, eppure sono persuasa che quelli culturali siano quelli più necessari e più sentiti: basti pensare che nella mia tournée italiana di presentazione di Schegge di memoria. Gli italiani in Marocco (Senso Unico Edizioni, Mohammedia 2009), venivano numerosi i marocchini desiderosi di conoscere la loro storia vista allo specchio. C’è voglia di cultura, ci sono artisti che potrebbero raccontarsi su entrambe le sponde, scrittori, musicisti, pittori. Ma a livello istituzionale purtroppo ho appurato che l’interesse è pressoché inesistente, si continua a ritenere in maniera miope che la cultura non paghi e così a perpetrare un grave errore. Un vero peccato.

di Rabii El Gamrani

Rabii El Gamrani

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